Pensieri

Mi piace andare in giro da sola. Camminare da sola tra la gente, con la musica sparata nelle orecchie, che rende tutto distante e passeggero; allungare il passo o rallentare, decidere di fermarsi o proseguire; passare per una strada, anche se è la più lunga, scegliere di sedersi su un muretto o su un gradino. Questo mi fa sentire libera.

Quando cammino la mia mente segue il ritmo della playlist e si ripiega su se stessa, come l’universo aristotelico. Perché la mia mente è finita, proprio come è, e non può essere, l’universo da noi concepito.

Quando cammino faccio l’equilibrista sul perimetro della mia mente, cercando un varco a quella limitatezza. Il cervello macina dati e pensieri, congetture e ipotesi, nozioni e deduzioni. Mi spingo ai limiti. Osservo da più angolazioni. Giro e rigiro il cubo di Rubik. Scavo.

Cammino in mezzo alla gente, ma non vedo nessuno. Sono il centro dell’universo e me ne sbatto di Copernico.

Poi torno a casa, o mi incontro con qualcuno, o entro in ufficio, tolgo gli auricolari e vengo catapultata nella realtà. Frenetica. Caotica. Rumorosa. Piena di persone, più di sette miliardi.

E nonostante tutto ciò che mi circonda, il lavoro da svolgere, l’amica da consolare, la casa da sistemare, o la spesa da fare, un alone di quei pensieri solitari permane. Come il trapano del vicino la domenica mattina, quando vorresti dormire ancora un po’: ti giri nel letto, ti nascondi tra le coperte, ti copri la testa con il cuscino. Eppure ancora senti quel rumore che non ti permette di tornare a dormire e alla fine cedi e ti alzi.

E io alla fine cedo e torno a pensare. E a camminare. Da sola. Ma in fondo questo è ciò che mi fa sentire libera.

B.

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La realtà tira sulla pelle

Mi tirano i punti sulla pancia. Questo mi riporta alla realtà. Questo mi ricorda che sono fortunata nonostante tutto. Mi ricorda che poteva andarmi meglio, ma pure tanto peggio.

Non ho un buon rapporto con la realtà. Spesso mi si schianta addosso, lasciandomi a leccare le ferite che mi provoca. Ma poi mi rimbocco le maniche e la studio, assolutilizzandola spesso.

Esiste tutta una realtà che non so vivere, non so capire. E forse basterebbe non capirla affatto. Ma sono responsabile per me stessa e se non mi proteggo io, chi mai può farlo?

Mi nascondo dietro sorrisi e ironia, perché la vita spensierata è un ricordo di bambina. Non mi concedo quasi mai pensieri felici, perché potrei volerla veramente quella felicità.

Mi tirano i punti sulla pancia, ma un altro giorno è giunto al termine. Da domani si ricomincia la farsa, convincendosi che è tutto ok e che io sappia sopravvivere alla realtà.

Mongolfiere perdute

Persa in piccoli pezzi dalle sfumature sottili. Il silenzio fa rimbombare i pensieri che tieni a tacere. Il dolore lo soffochi nelle giustificazioni e nell’alcol. Ciò che sembrava essere tanto vicino ora è inghiottito dalla nebbia. E allora esci e accendi una sigaretta, perché il fumo sembra intonarsi a meraviglia con la coltre di umidità. Vai nel tuo posto sicuro, quello dove vedi la tua Stella Polare, quello dove se sbirci oltre i colli laggiù, sai che c’è il tuo mare. Fu proprio là che pensò “È che mi viene meglio starti affianco che starti di fronte”. E invece poi ti si è parato davanti come uno specchio dove non vuoi guardare, perché l’immagine riflessa non la vuoi vedere, la vuoi ignorare. E se per vivere devi raccontarti una bugia, chi sono io per biasimarti?

Un pomeriggio di metà agosto

Ho voglia di fare l’amore – pensavo tra una pagina e l’altra del libro che stavo leggendo.

In lontananza la voce riportava aggiornamenti macabri sulla tragedia.

La pace tutt’intorno. Il suono delle onde. Il dondolio costante che culla sonni e sogni.

Il vento mi accarezzava la pelle e io cercavo di immaginare le tue mani. Un ricordo sbiadito di sensazioni non troppo lontane. Brividi che accendono e che lasciano le labbra umide baciarsi e baciarsi ancora. Baci sincronizzati e stranamente piacevoli.

Leggere per distendersi, leggere per distrarsi, leggere per allontanare il ricordo dei tuoi occhi che scrutano il mio piacere.

Ho voglia di fare l’amore con te – pensavo.

Notte di mezza estate

È una di quelle sere in cui si starebbe bene sdraiati sulla spiaggia a guardare le stelle. Io invece me ne sto sul balcone a guardare la mia stella polare.

È una di quelle sere in cui si starebbe bene in barca, all’ancora in un golfo, a bersi un amaro nel pozzetto. “Anzi due. Facciamo tre”. Io invece me me sto seduta sul balcone, fumandomi una paglia.

È una di quelle sere in cui tutto tace, la città è mezza vuota e l’altra metà dorme. Io me ne sto sul balcone ad apprezzare il silenzio.

È una di quelle sere che è già notte di mezza estate e io me ne sto sul balcone, circondata dalle mie piante.

La senti la pace? Io la sentirei, se non fossi assordata dal frastuono del domani.

Un’altra notte ancora e poi mi addormenterò con il suono delle onde che entra dalla finestra di quella stanza, che un tempo è stata il mio rifugio. E sembra tutto bello, se non ci fosse la paura a rovinare ogni cosa.

C’è chi ha sempre fame, chi ha sempre sonno, io ho sempre paura. E la paura rabbuia lo sguardo e castra la felicità. Ma io sorrido, o almeno ci provo, conscia che comunque saprò adattarmi al domani.

La mia vita non mi piace e ho il coraggio di ammetterlo.

La mia vita non mi piace. Sono stata fortunata? Sì, ammetto che non ho mai avuto problemi economici e nemmeno di autostima, almeno quella riguardante il lato estetico. Sono sempre stata carina, grazie a mia madre. Ho sempre avuto un musetto d’angelo e due tette tante. Qualcuno ha amato anche il mio culo.

Mi sono sempre drogata tanto, passando all’alcol poi, e, negli intervalli, mi dilettavo scopando. No, non voglio essere una Sacerdotessa del sesso. Nessuno si è mai lamentato, ma sono sicura di non essere tutta ‘sta gioia. Insomma, ci sarà qualcuna più porca di me!

Dicevo? Ah sì, la mia vita non mi piace. Non sono una persona facilmente avvicinabile. A volte risulto snob. Ma forse solo perché sono gelosa dei miei spazi, della mia individualità.

La mia vita apparentemente sembra perfetta, ma a me non piace. Avevo tutt’altri progetti, tutt’altre ambizioni. E quando ti trovi ubriaca il sabato sera a 36 anni a scrivere di getto, fortunatamente riesci comunque ad essere sincera e a capire che è ora di andare a letto.

Ho fatto la rima?

No, perché magari sono poetessa e non me ne sono mai accorta.

Beh, buonanotte a te che mi leggi. Stai tranquilla/o, la vita è uno schifo per tutti. Solo che pochi lo sanno ammettere a se stessi e pubblicamente.

Nel frattempo ringrazio di avere un letto mio dove posso lasciarmi andare, confidando che domani sia più facile.

No, baby, non lo è mai. Ma finché hai una qualche speranza sarai sempre viva.

Brevi riflessioni di entrata

Varco lo stesso cancello che anni e anni fa mi vedeva laureanda, solo che adesso mi fermo due portoni prima.

Nella mia testa non sono molto diversa da allora, ma se guardo le foto mi accorgo che il tempo passato si vede tutto. Ero bella e nemmeno lo sapevo, o forse non mi interessava. Ero sotto tesi, stanca, ma ignara che la vita è assai più dura.

Allora sapevo che avrei lasciato Bologna per andare a Roma. Scoprii dopo quanto Roma fosse faticosa.

Oggi sono di nuovo a Bologna, nello stesso complesso residenziale dove vivevo da studentessa, con la differenza che non sono in affitto e non ho la minima intenzione di lasciare questa città, che per me è casa.

Sfoghi senza inchiostro e senza stelle

Alla fine mi ritrovo sempre qua, sul mio balcone preferito, da un anno a questa parte. Le campane suonano e la birra è stappata.

Oggi ho visto mio padre. Lo guardavo, mentre parlava. Guardavo quei lineamenti che sono un po’ anche i miei, guardavo i suoi occhi, che negli anni vedo sempre più stanchi. Guardavo la sua bocca, che è la mia, guardavo i suoi capelli e il suo viso ripulito dalla barba.

L’ho visto vecchio. Lui di fronte non ha più una bambina e io non ho più quel giovane padre che abita i miei ricordi. E mi veniva da piangere, e forse è per questo che delle lacrime adesso stanno bagnando le mie guance. Ho perso tanto tempo a odiarlo, tanto tempo a cercare di perdonarlo e il tempo cazzo è poco.

Non è stato un padre modello, anzi, non è stato affatto un padre per tanto tempo. Le ferite che mi ha inferto sanguinano ancora sulla pelle della bambina che ero e non si cicatrizzeranno mai, ma oggi, di fronte a quel padre, c’era una figlia ormai donna. E se la bambina che ero non potrà mai perdonarlo, la donna che sono lo ama per quello che lui è adesso: un uomo che prova a essere padre per come gli riesce. Maldestro, a volte privo di tatto, impulsivo e sconclusionato, ma anche un uomo a cui si illumina il viso quando gli dico “Vengo giù un week end di giugno e stiamo un po’ insieme”.

No, non lo perdonerò mai, perché il male che mi ha fatto me lo porto dietro come un pesante fardello che mi ha deformato la schiena. Non lo perdonerò mai perché quello che ha fatto mi ha costretta a costruirmi una corazza per difendermi, di cui poi non mi sono mai disfatta.

No, non lo perdonerò mai, ma lo amerò sempre.

E le campane ancora suonano, la birra è quasi finita e io l’ho chiamato per sentire se è arrivato a casa.